Letteratura e identità

Cosa possono insegnarci i classici sulla nostra complessa identità

Dostoevskij e “l’uomo del sottosuolo”

Cosa succede se un uomo analizza il suo “sottosuolo”, il suo inconscio, i suoi pensieri più profondi? E cosa succede se il sottosuolo si riflette anche nella vita reale e lo costringe a vivere in una dimensione diversa rispetto a quella degli altri uomini? Dostoevskij ne parla nella celebre opera “Memorie dal sottosuolo“.

Il narratore è un ex impiegato, che, attraverso un monologo interiore, descrive la sua percezione di sé e del mondo. Divide le persone in immediate, uomini d’azione che non hanno dubbi, che davanti al muro del “convenzionale” si dichiarano già vinti. Se la matematica dice che due più due fa quattro, allora questa verità è sicuramente innegabile. La categoria opposta di persone, invece, non ha certezze, pensa e non trova una causa originaria da cui partire. Se la trova, ripensandoci ne riscopre un’altra ancora precedente.

L’uomo del sottosuolo non considera l’obiettivo, ma la strada da percorrere, la ricerca. Arriva addirittura ad apprezzare le sofferenza nel non raggiungere l’obiettivo, consapevole del fatto che, se lo raggiungesse, non avrebbe più nulla da cercare. Apprezza la distruzione, la negazione, la possibilità che due più due possa fare anche cinque. Questo, però, lo allontana da tutti gli altri, lo esclude dagli uomini che lui considera stupidi, irrazionali e di questo ne è pienamente consapevole, quasi orgoglioso:

“Io sono solo, e loro invece sono tutti”.

Gli uomini d’azione sono stolti e ottusi, ma quelli come lui condannati ad una sofferenza costante e ad un inevitabile sentimento di incapacità. Paragona questa sensazione a quella di un topo, che vorrebbe vendicarsi di chi lo offende, ma sa che non può farlo. Allora si chiude nel suo triste rifugio a rimuginare, a far accrescere il suo rimpianto ogni volta che ripensa all’offesa, ad aggiungere dettagli e ricordi, pur continuando a non agire. 
La confessione finale dell’uomo del sottosuolo è che vivere così, nel sottosuolo appunto, non è per niente auspicabile e che questi sono i pensieri di un uomo che ha vissuto per quarant’anni in silenzio, di un uomo che ora sente il bisogno di mettere su carta i suoi pensieri e i suoi ricordi anche e soprattutto per liberarsene.

Dostoevskij e “il sognatore”

Quattro notti. Un uomo che ha sempre vissuto in un sogno e non sa più cosa sia la realtà, perché la sua vita l’ha sempre immaginata e mai vissuta davvero. E poi una donna, che per la prima volta gli permette di camminare sulla terra del mondo reale e di illudersi che la sua vita possa cambiare.

In breve, è quanto accade ne “Le notti bianche” di Dostoevskij. Il protagonista rappresenta l’identità del sognatore e ne è pienamente consapevole. È proprio quella dimensione onirica, però, che lo allontana dal suo io più profondo, dalla sua vera natura, rimasta sepolta e mai espressa.

Il sognatore vive in un angolo illuminato da un sole che non è lo stesso di quello che illumina tutti gli altri uomini. Il suo mondo è diverso, popolato da luoghi e persone creati dalla sua immaginazione. L’autore spiega tutto questo con un esempio significativo: quando un conoscente entra nella casa di un sognatore non vede l’ora di andare via e quando lo fa giura di non tornarci mai più. Infatti il padrone di casa non riesce ad accogliere il suo conoscente e riesce solo ad abbozzare qualche parola e qualche domanda. Questo accade perché prima dell’arrivo del conoscente stava vivendo in un’altra vita, immaginando magari la storia travagliata di due amanti che si rincontrano e, finalmente liberi, posso amarsi. Tutto il suo mondo immaginario allora crolla di fronte ad una semplice affermazione tratta dal mondo reale del suo ospite.

E allora ci si chiede: “Dove sono i miei sogni?” e si dice, scuotendo la testa: “Come vola in fretta il tempo!”. E ci si chiede nuovamente: “Che cosa ho fatto dei miei anni? Dove ho sepolto il mio tempo migliore? Ho vissuto o no?”.

Per il protagonista di Dostoevskij questa sua situazione resta invariata fino alla fine, sebbene speri, almeno per una notte, di poter iniziare una nuova vita con l’aiuto della donna incontrata in maniera del tutto casuale. Il mattino che segue le quattro notti raccontate trova il nostro sognatore ancora una volta solo e incapace di vedere nitidamente quanto accaduto nei giorni precedenti. È stato reale o ancora un altro sogno?

Questa è la “condanna” del sognatore: vivere brevi istanti di bellezza che non riesce a cogliere fino in fondo perché interrotti dal brusco ritorno alla realtà; passare da momenti di estrema beatitudine e felicità alla triste e grigia realtà. Con queste oscillazioni vive tutta la sua vita, fino a quando non si rende conto di non sapere più quale sia realmente la sua vita, dove siano finiti i suoi sogni e i suoi anni migliori, se abbia davvero vissuto oppure no.

Pirandello e “il personaggio”

Chi meglio di Pirandello ci può parlare di identità, di ricerca, di comprensione di se stessi? Maschere e volti, realtà e finzione, illusione e verità sono alcuni dei contrasti intorno ai quali ruota tutto il suo pensiero. Ma cosa succede se realtà e finzione si sovrappongono fino al punto di non essere più distinguibili? A quanti di noi è capitato di non riuscire più a capire chi siamo davvero e di diventare il “personaggio” di noi stessi? E quante volte è capitato di non riuscire a spiegare questa sensazione? Nessun problema, Pirandello ha già lavorato per noi.

Ripercorriamo brevemente la storia di “Sei personaggi in cerca d’autore“.

Mentre alcuni attori sono impegnati a provare una dramma sul palcoscenico, Il Giuoco delle parti -commedia realmente scritta da Pirandello-, arrivano sei personaggi in cerca di un autore che possa definire il loro dramma. Ognuno di loro infatti ne ha uno, perché “ogni creatura d’arte per essere deve avere il suo dramma“, che però l’autore non ha voluto rappresentare. La fantasia ha presentato questi personaggi all’autore, lui ha cercato di allontanarli e di non farli vivere, ma i personaggi diventano creature del tutto indipendenti, “vivi da poterli toccare e poterne udire perfino il respiro“. Tanto indipendenti al punto che per il lettore diventa difficile distinguere l’attore dal personaggio che interpreta.

Siamo davanti al contrasto tra attore/personaggio/persona. Gli attori interpretano i personaggi, ma sono loro stessi personaggi, perché il dramma rappresenta il teatro stesso, e contemporaneamente i personaggi sono attori. C’è un gioco di specchi e di maschere: i personaggi non si riconoscono nelle azioni e nelle espressioni degli attori, perché gli attori non sono i personaggi e possono solo interpretarli.

Da dove nasce questa incomunicabilità? Dal fatto che i personaggi sono fissi, stabili, con caratteri definiti, sempre “qualcuno”, pertanto non possono essere rappresentati da uomini che, in quanto tali, sono soggetti al cambiamento e che quindi possono essere anche “nessuno” o più di uno. Pirandello nella Prefazione scrive

Tutto ciò che vive, per il fatto che vive, ha forma, e per ciò stesso deve morire: tranne l’opera d’arte, che appunto vive per sempre, in quanto è forma“.

Per Pirandello quindi un uomo può essere Uno, nessuno e centomila. Tutti siamo soggetti al cambiamento, all’evoluzione e all’impossibilità di definire con schemi rigidi e fissi chi siamo, chi eravamo e chi stiamo diventando.

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